Patrizia Cattaneo


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Natuzza tra il dolore e la parola

Luoghi di guarigione > Natuzza Evolo

NATUZZA EVOLO
TRA IL DOLORE E LA PAROLA


di Patrizia Cattaneo © 2007


Intervista a Luigi Maria Lombardi Satriani


Luigi Maria Lombardi Satriani è nato a San Costantino di Briatico (Calabria) ed è ordinario di Etnologia all’Università "La Sapienza" di Roma. È stato Senatore della Repubblica nella penultima Legislatura e Presidente dell’Associazione per le Scienze Etnoantropologiche (AISEA). Ha insegnato nelle Università di Messina, di Napoli, della Calabria, del Texas in Austin (USA), di S. Paolo (Brasile). Ha tenuto seminari e cicli di conferenze in numerose altre Università italiane e straniere ed è stato relatore in numerosissimi convegni scientifici. Collabora alle maggiori riviste scientifiche e a quotidiani italiani di livello nazionale. È fecondissimo scrittore e autore di libri di successo, tradotti in varie lingue, molti dei quali hanno ricevuto riconoscimenti prestigiosi, come il premio Viareggio 1982. L’ultima sua pubblicazione, in collaborazione con M. Boggio, è oggetto del nostro particolare interesse e si intitola:“Natuzza Evolo - Il dolore e la parola” (Armando 2006).

Luigi Maria Lombardi Satriani è un uomo molto distinto, che mette subito a proprio agio l’interlocutore. La sua profonda umiltà rivela subito una statura eccezionale di uomo e di studioso. Accetta di mettermi a disposizione il suo prezioso tempo all’Università “La Sapienza” di Roma - dove è ordinario di Etnologia - per parlarmi di Natuzza Evolo, a cui ha appena dedicato un importante volume. Mi ha colpito l’ottica con cui inquadra la mistica di Paravati: il dolore e la parola. Desidero saperne di più, e man mano che si addentra nelle spiegazioni, compone un affresco interessante di questa umile donna calabrese, ormai costretta dalle condizioni di salute a non ricevere più i sofferenti che per mezzo secolo hanno affollato la sua casa in cerca di luce e di conforto. Per lei, infatti, l’aldilà non ha segreti e per lunghissimi anni si è spesa per consolare gli afflitti, facendo da ponte tra l’universo umano e quello ultraterreno.

Come è nata l’idea di un libro su Natuzza Evolo?
Il mio lavoro è l’indagine antropologia e Natuzza Evolo è una figura di particolare rilevanza che avrebbe comunque suscitato il mio interesse scientifico. Tuttavia in questo caso c’è anche una motivazione soggettiva: Natuzza mi è familiare sin da quando ero ragazzo, perché io sono nato e ho vissuto per diverso tempo nel piccolo paese di San Costantino di Briatico nel Vibonese, presso Paravati, dove vive Natuzza. Il fatto di essere conterranei e di averne sempre sentito parlare, me la rendeva familiare prima ancora che io diventassi antropologo. Ho quindi unito un duplice interesse: riflettere su una persona che era presente in un universo a me familiare e osservarla contemporaneamente da un’angolazione antropologico-culturale, pur accostandomi a lei con grande senso di compartecipazione.

Perché questo titolo: “Natuzza Evolo. Il dolore e la parola?”
Abbiamo voluto dare a questo libro il titolo “Natuzza Evolo” perché ruota attorno alla sua figura, “Il dolore e la parola” per indicare invece l’ottica con cui ci ponevamo a interpretarla. Dico “noi” perché questo libro è a doppia firma: di Maricla Boggio e mia.
Natuzza Evolo è al centro di complessi fenomeni quali l’emografia (cioè la scrittura con il sangue che appare sui fazzoletti posti a contatto del suo corpo), la bilocazione, la veggenza di avvenimenti futuri, il colloquio sistematico con i defunti che le appaiono ecc… Ma il punto comune ai diversi e molteplici fenomeni che la riguardano è dato dal dolore. Il dolore degli altri viene assunto da Natuzza, perché su di lei si riversano tutte le sofferenze, le paure e le preoccupazioni di questo universo di fedeli che a lei accorrono. Natuzza non è uno sciamano o un guaritore. Lei non guarisce, non dichiara di possedere poteri ultraterreni, ma si pone come funzione mediatrice, come figura che trasmette le sofferenze al Cristo ed è Cristo che guarisce o non guarisce. Quindi non vi è in lei alcun atteggiamento di orgoglio, alcuna dichiarazione di onnipotenza. Più volte dice di se stessa: “io sono un verme di terra”, “sono una peccatrice”. Lei prende queste sofferenze e le trasmette. Questa assunzione ha una funzione salvifica, terapeutica. Ciò che i singoli fedeli chiedono a Dio tramite Natuzza può essere soddisfatto o meno. In ogni caso Natuzza parla con loro e attraverso la parola trasmette un senso di vicinanza, di dolcezza. Ogni componente della comunità dei supplici riceve così il conforto della vicinanza: non è più solo, c’è qualcuno che si pone accanto a lui e condivide la sua sofferenza.
Dolore e parola sono quindi i poli dialettici che indicano sia la specificità della figura di Natuzza, sia la funzione salvifica della parola. In questo caso è la parola della comunicazione, la parola come
medium tra colui che parla e colui che ascolta. Nel cristianesimo la parola è fondante. Ricordiamoci il prologo al Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo”. La parola rinvia al colloquio. Anche la filosofia contemporanea parla del linguaggio come “dimora dell’essere”, per usare un’espressione di Heidegger, che nei suoi scritti sottolinea che siamo sempre in cammino verso il linguaggio. Natuzza è analfabeta, in lei non vi è quindi una consapevolezza teorica di ordine filosofico. Il sapere della cultura intellettuale non è il sapere di Natuzza, che attiene a un altro ordine. Molte volte noi abbiamo invece una certa presunzione: finiamo per ritenere il nostro sapere discriminante. Ci arroghiamo un diritto che non abbiamo: quello di valutare dall’alto delle nostre certezze. Comunque è significativo che Natuzza realizza tutta la carica comunicativa della parola e con ciò stesso si pone come forte antidoto al dolore solitario. Natuzza è una figura eccezionale e nello stesso tempo emblematica, perché omogenea alla cultura contadina meridionale: risponde alle istanze più profonde e contemporaneamente mostra la capacità di rapporto della parola quando si costituisce in un orizzonte di verità, cioè di lealtà, di sincerità, di tensione dell’uno verso l’altro. Non la parola-chiacchiera, non la parola-frode dell’imbonitore per ricavarne un vantaggio, ma la funzione salvifica della parola, intesa anche in senso umano. Tutto questo dà ragione del titolo del libro.

Con Maricla Boggio lei ha realizzato anche il primo filmato su Natuzza Evolo. Com’è nata l’idea?
Io mi occupo di antropologia da decenni e già tanti anni fa avevo scritto su Natuzza Evolo, facendone oggetto di una relazione a un convegno internazionale di studi antropologici, ma parlandone con Maricla Boggio - che è drammaturga e regista con una grande sensibilità antropologica - decidemmo di realizzare un filmato su Natuzza e la Rai lo finanziò. Non lo impostammo nell’ottica del reportage-inchiesta, ma nell’ottica dell’indagine antropologica. Andammo in loco, parlammo con la gente per vedere anche una tipologia dei “miracoli” che vengono attribuiti a Natuzza e scegliemmo di farli raccontare dai protagonisti, individuandoli tra la folla e andando nelle case.
C’è stata una ricerca preliminare, poi la realizzazione del filmato, infine il montaggio, in modo che risultasse un quadro organico, che ogni cosa costituisse il tassello di un mosaico. Fu il primo filmato su Natuzza Evolo. All’inizio lei non accettò, poi si convinse che poteva essere un fatto positivo, e facemmo così un lungo colloquio che abbiamo inserito nel filmato.

Che risonanza ha avuto il film?
Il filmato ebbe un’ampia eco sulla stampa e noi lo presentammo in alcune sedi di associazioni culturali e universitarie - all’Urbaniana a Roma, all’Università della Calabria - e ne facemmo dibattiti in cui le persone ponevano dei problemi e noi rispondevamo in seguito con un approfondimento. Il filmato, i dibattiti sul filmato, una selezione di articoli che apparvero su Natuzza, alcuni saggi antropologici sulla simbologia del sangue che io avevo pubblicato insieme a Mariano Meligrana nel libro “Il Ponte di San Giacomo” che vinse il premio Viareggio 1982, un testo teatrale di Maricla Boggio ispirato alla figura di Natuzza, una selezione dei messaggi che Gesù affida a Natuzza durante le diverse settimane sante, potenziarono la fama di Natuzza e aumentarono a dismisura le persone che volevano recarsi a Paravati per parlare con lei.

Cosa pensa come studioso dei fenomeni che si verificano intorno alla veggente ?
È difficile che questi fenomeni possano essere misurati con una veridicità di tipo giudiziario. Intendo dire che il vero in questo orizzonte di fenomeni è ciò che a mio avviso è culturalmente compatibile. Se tutto questo insieme di credenze rivela i bisogni più profondi, le motivazioni delle sofferenze autenticamente sentite da una stragrande moltitudine di persone, questo è vero a prescindere dal riscontro di tipo giudiziario che può avere tutto ciò. Io non sono il giudice supremo che dice: questo fenomeno si è verificato nella realtà e è solo nella mente delle persone. È una pretesa che io non ho, né debbo avere, come studioso. Credo che sia una querelle abbastanza infeconda. Noi non siamo i legislatori dell’universo, né siamo chiamati a dare i voti alla realtà, ma una volta eliminata l’ipotesi della frode, ci poniamo il problema: da quale bisogno culturale sorge questo universo di domande e a quale funzione culturale risponde una figura simile?

Perché Natuzza Evolo le suscita tanta ammirazione?
Io sono nettamente polemico contro tutti i fenomeni similari che vengono posti in essere con finalità di strumentalizzazione, di potere, di arricchimento, di presa in giro delle persone. Bisogna dividere il grano dal loglio. Natuzza conduce una vita esemplare, non si è arricchita, si presenta con umiltà e con grande modestia. È una figura semplice, che non ha studiato, ma con una tale capacità di comunicazione, una tale dolcezza, compassione, semplicità, sincerità e capacità di porsi sulla stessa lunghezza d’onda dell’interlocutore, che mi suscita una grandissima ammirazione, prima di tutto come uomo e poi come antropologo.

È ancora in contatto con Natuzza?
Sì. L’anno scorso lei è stata molto male, si temeva che morisse. Quando è uscito il mio libro sono andato da lei. L’aveva già visto, perché glielo avevamo fatto subito avere, ma ho voluto consegnarglielo di persona come testimonianza di affetto. Lei ha detto: “Ma io non so leggere”. Le ho risposto che non importava e che volevamo darle un segno tangibile di affetto.

Anche Fratel Cosimo, come Natuzza è calabrese e al centro di fenomeni soprannaturali…
Il fenomeno di Fratel Cosimo è abbastanza complesso. È un laico che è stato preso molto sul serio dalla Chiesa. Natuzza Evolo invece ha suscitato per decenni la diffidenza della Chiesa cattolica. Quando abbiamo realizzato il filmato, il vescovo di Mileto non volle essere intervistato. È solo recentemente che Natuzza in qualche maniera è stata assunta. Anche l’attuale parroco di Paravati anni fa preferiva non parlare di Natuzza. In un colloquio avuto con noi recentemente, dichiara questa sua relativa incredulità. Natuzza è sempre stata mantenuta a distanza dalla Chiesa, eppure non si pone in maniera alternativa ad essa. Anzi, la sua formazione, le cose che dice sono omogenee alla riflessione teologica cattolica, con una formulazione vicina a quella del catechismo di san Pio X, e appartengono quindi all’alveo della Chiesa. Tuttavia la Chiesa cattolica è stata estremamente cauta, per decenni è stata diffidente nei suoi confronti. Padre Gemelli la considerava un’isterica. Invece lo scorso anno a Santa Domenica di Placanica ho assistito a una messa concelebrata da più sacerdoti, in cui Fratel Cosimo compariva come comprimario e la cui parte centrale in fondo era data dalla sua omelia, fermo restando ovviamente che la parte centrale della messa è la consacrazione eucaristica. Mi ha meravigliato questo avere due pesi e due misure da parte della Chiesa.

Per quale motivo, a suo parere, queste persone favorite da fenomeni soprannaturali sono prevalentemente concentrate al sud Italia?
Io penso che, senza farne categorie esclusive, nelle regioni meridionali si è mantenuta quella cultura tradizionale, di tipo contadino, in cui questi fenomeni erano fortemente presenti. Questo tipo di cultura invece si è attenuata al nord. Non penso però che sia scomparsa, perché se andiamo a scavare la ritroviamo. Non a caso Roberto Levi parlava di “arcaico nord”. Però, in una prima differenziazione, questo orizzonte religioso popolare entro il quale emergono queste figure si pensa sia più da collocare nel sud. Perché? Perché le persone da quando nascono respirano cultura. La cultura non è solo quella che trasmettiamo nelle università. La cultura si respira, si interiorizza guardando il comportamento degli adulti, assistendo e partecipando fin da bambini alla vita del paese, del quartiere, della città ecc. Una cultura contadina ancora fortemente presente, nonostante i fenomeni di modernizzazione, fa interiorizzare determinati moduli espressivi, oltre che determinati valori, in modo che quando poi qualcosa deve tradursi, si traduce nel linguaggio che noi abbiamo interiorizzato. Mi spiego meglio: è difficile trovare una baita di legno in un paese assolato di una regione del mediterraneo, mentre in montagna si trova comunemente. Da noi al sud si trovano invece casette basse e bianche con molte finestre. Così i materiali con cui costruiamo il linguaggio sono quelli più omogenei. Allora la cultura diffusa, intesa come di maniera di pensare, sentire, agire, di sapere condiviso, i simboli, gli oggetti, le modalità, il linguaggio sono diversi perché qui sono più legati a un orizzonte di cultura tradizionale.

Il noto psichiatra Vittorino Andreoli sostiene che l’uomo per vivere ha bisogno di sapere che da qualche parte del mondo c’è qualcuno lo aspetta, ha bisogno di uno sguardo per esistere. Quindi lei identificherebbe Natuzza come colei che offre questa speranza dello sguardo?
Sì certo, ma estenderei il discorso oltre lo sguardo. Noi abbiamo bisogno di un punto di riferimento. Può essere una persona, un luogo, un ricordo, un valore. Non ce la facciamo a sopravvivere nella radicale solitudine. Abbiamo bisogno di un altro da noi, che può essere anche un altrove. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci trascenda, che dia senso all’agire umano. Ernesto De Martino, il più grande antropologo contemporaneo italiano, racconta una sua esperienza di viaggio quando diede un passaggio a un contadino nei pressi di Marcellinara, un paese della Calabria. Man mano che la macchina si allontanava dal paese, e il contadino non vedeva più il campanile, entrava in uno stato di tale agitazione, quasi parossistica, per cui dovettero fermare la macchina, aprì lo sportello e scappò. Il campanile di Marcellinara è un simbolo. Noi abbiamo bisogno di qualcosa su cui ancorare la nostra presenza, che è altro da noi: persona o cosa o luogo che dia senso, costituisca l’ancoraggio. In questo senso Natuzza è datrice di senso. In questa prospettiva, pur essendo un fenomeno che si spiega molto con la cultura tradizionale, si pone al centro anche di istanze presenti nella società contemporanea, anche quella urbana. Questa perdita di senso conduce all’anomia, alla perdita di significato, e quindi anche la vita contemporanea, gli stati giovanili hanno bisogno di questo. Padre Pio ad esempio è certo una figura contadina, espressione di una cultura popolare tradizionale, però oggi i siti su di lui sono decine di migliaia e un milione di persone sono venute a Roma per la sua canonizzazione. Quindi questi fenomeni sono macroscopicamente evidenti nelle regioni meridionali e coinvolgono la vita dei paesi, ma hanno una cassa di risonanza anche nella cultura urbana contemporanea. Non facciamone quindi forme residuali di gruppi sempre più sparuti e di minoranze arcaiche. Sono figure che hanno molto da dire e che la società contemporanea ritrova come significative. Io troverei il ponte tra questi due universi in questo bisogno di senso che ogni essere umano ha, anche quando si è studiosi, giornalisti, professori universitari, cardinali, presidenti della repubblica o contadini o braccianti.

Articolo pubblicato sulla rivista “Il Segno del Soprannaturale”, febbraio 2007.






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